pietrod21

Come finì questa storia - P. Calamandrei

Aug 2nd, 2012
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  1. estratto da: Piero Calamandrei, Come finì questa storia, in Futuro Postumo, Editrice Le Balze, Montepulciano 2004, pp. 48-55.
  2.  
  3. Io vorrei, onorevoli colleglli, che voi non deste soverchia importanza all'evento di cui vi fac­cio la relazione: ci colpisce, perché esso riguarda noi uomini, la nostra sorte; ma in sostanza nell'uni­verso è un affare di ordinaria amministrazione. La scomparsa di una specie è affare conosciuto: migliaia di razze si sono estinte. I resti della pale­ontologia e della geologia lo dimostrano.
  4. Anzi i geologi hanno rilevato, seguendo le strati­ficazioni delle centinaia di millenni, che ogni specie vi è entrata per una malattia, per una specie di fol­lia che aveva in sé: è nata, si è accresciuta armoni­camente, ha acquistato forza ed espansione. Ma a un certo punto l'equilibrio degli organi si è turba­to, e uno di essi ha preso il sopravvento. Quello che pareva rigoglio e progresso è stato la ragione del­l'estinzione della razza: le zanne della tigre antidiluviana, nei vestigi fossili, appaiono di millennio in millennio sempre più sviluppate: arma sempre più terribile, ma a un certo momento, forse ingombrante, che impedisce all'animale di servirsi di queste due enormi scimitarre incurvate che impacciano le sue mascelle: e la specie si è estinta: c'era stata nella carica vitale imprigionata in quell'organismo una deviazione, una specie di follia: una mania di grandezza in un organo a spese degli altri. Ed era la fine. Così nel cervo antidiluviano: le corna ramificate, arma e simbolo di forza maschia, hanno cominciato a degenerare. La razza si è estinta sotto quel peso.
  5. Così si estinguono le razze: e anche la razza umana si è estinta così. Forse è stato il cervello: il cervello che si è sviluppato troppo a spese del resto: il cervello che pesa in paragone di quello dell'itto-sauro, e che ha portato alla perdizione. Il cervello che ha scoperto troppi segreti.
  6. Non crediate, onorevoli colleghi, che la fine del genere umano sia dovuta alla scoperta della bomba atomica: la forza disgregatrice del mondo. No: questo è stato l'ultimo anelo della catena, l'epilogo del lungo dramma: ma la fine della razza era già fatalmente prima. Quando ai primi albori questa razza che doveva assoggettare le altre non colla forza ma
  7. coll'intelligenza, non con armi naturali, ma colle armi variabili foriate alla mano, ha scoperto di dover morire. Questa è stata la terribile scoperta che ha segnato la fine, a distanza di millenni, il suo suicidio: che gli ha dato la forza di fare le sue effimere conquiste, tutto il bene e tutto il male, il triste privilegio. E prima il triste privilegio di vedersi: la introspezione: questo specchio in cui uno vede riflesso il mondo, ma anche sé stesso: pensa e si guarda pensare: vive e si guarda vivere. E per guardarsi vivere, si accorge che la vita finisce. La scoperta del tempo, che vuol dire la scoperta della morte: la scoperta di sé vivente nel tempo, che vuol dire che muore.
  8. Da questo momento l'uomo ha avuto il sospetto e poi sempre più la certezza della sua transitorietà, della sua effìmera provvisorietà: da ciò quella tinta di malinconia sorridente con cui si guarda il mondo: ma anche la scoperta del vuoto, la impossibilità di godere l'attimo fuggente. Questa contraddizione tra lo struggimento del tempo che passa e l'ansia che non passi abbastanza presto in modo da vedere quello che c'è al di là. L'uomo ha scoperto il fiume del tempo: passa le notti insonni a sentir nel silenzio il fruscio di quella gran fiumana: il tempo che corre nel sangue; questa clessidra che è il cuore.
  9. Di qui la religione e la poesia. Le cose non son come si godono: sono come saranno quando non le avremo più. Il tramonto mi commuove perché penso a quando non lo vedrò più. In ogni gioia c'è una perdita. E la religione: la maledizione del primo uomo, il peccato originale è questo: conoscere la morte. Tutto avvelenato: vivere vuol dire vedersi morire: esser condannati a vedersi morire. Questo è il sapore, ma anche la maledizione della vita.
  10. E da questo le guerre e Pansia di scoprire. Perduta l'innocenza di chi non sa perché. Quest'ansia di sapere di più, di conquistare di più: di stringere ricchezze scoperte e segni: di uccidere di sterminare perché non c'è tempo di aver pietà.
  11. Beata innocenza delle specie che ignorano la morte, che non hanno questo specchio in cui l'uomo mentre agisce continuamente si guarda agire: e spia le rughe della vecchiaia, e nota i battiti del suo cuore per sapere quanti ne seguiranno ancora. Le galline che continuano a beccare indifferenti mentre la compagna è caduta: farfalle e passerotti che vivono senza saper di morire: come un bambino che ha sonno e desidera di dormire e non si domanda perché.
  12. E questo spasimante amore, questo delirio di non poter prendere, questo senso di solitudine, per cui morirai solo...
  13. E la pena, i rimpianti: passo in ferrovia e ogni casa che vedo mi dà un senso di pena. Là forse avrei potuto essere felice: e non potrò più. Là ci sono bellezze che non vedrò. Questo senso di addio...
  14. Tutto questo, onorevoli colleghi, è a mio avviso la causa dell'estinzione del genere umano, inevitabile e fatale: ma non tale da preoccupare.
  15. V. Ora che il genere umano non c'è più, verrebbe voglia di fissare in anticipo, come per forma di conclusione, quali erano i caratteri di questa specie che si estinse così. I caratteri essenziali, quelli che furono il suo vanto ma anche la sua rovina. L'esperimento che non fu ritentato.
  16. Non i caratteri fisici, che potevano essere in comune con un'altra specie: e nemmeno quelle sue manifestazioni che si potevano spiegare con leggi fisiologiche. No: le importanti che solo qui si sono prodotte e che sono state la causa della sua fine: tutte conseguenze di quella sua consapevolezza della morte.
  17. Il primo carattere era quello dell'arte, della poesia. Questo era un carattere che non si può spiegare cogli altri impulsi fisiologici, anche sublimati, comuni a tutti gli altri animali. Era un carattere che non poteva derivare che da questa secreta
  18. incrinatura che era, in ogni manifestazione della vita, il pensiero della morte. L'uomo sapendosi transitorio, voleva esprimersi, voleva confidare agli altri i suoi segreti, voleva fermar nella materia, scritto o tela o statua o musica, questo segno transitorio che gli era passato in sé: illudendosi così di morire meno, di continuare così. E per molti più che il vivere, contava il guardarsi vivere: il guardar dentro di sé, come in un pozzo, per veder laggiù riflesse le nuvole del cielo che erano sopra: e quelle nuvole erano tutto il suo affetto e gli parevano così belle, così importanti, che bisognava descriverle e farle conoscere agli altri. Questa pietà di sé, della propria transitorietà. Bisogno di esprimersi, e insieme contemplazione del mondo come un mondo perduto: questo è il mondo di quando io non ci sarò più: e nessun vedrà più quello che io vedo: e questa si chiamava poesia.
  19. Ma un altro carattere più strano era quello delle consolazioni trovate per confortarsi: la poesia, la religione e la storia. Al di là della morte, bisognava immaginare un mondo dove non ci fosse la morte: dove si potesse vivere senza tempo. Bisognava spezzare questa malia del tempo e far tacere il fruscio di questo fiume che scorre al di là del ponte: e questa alchimia del tempo era Dio.
  20. Ma c'erano uomini che non credevano in Dio. Credevano nella storia: iddio lo chiamavano storia. Della loro transitorietà si consolavano dicendo che l'uomo muore, ma rimane l'umanità: che l'uomo è transitorio, ma ciò che fa si perpetua in questa eternità di dolore e di progresso che è la storia e nulla si perde. E così si consolano: e non si domandano che cosa accadrebbe quando la storia finisse: e come conciliare la storia col tempo.
  21. Ma c'era anche una più strana contraddizione. Il sacrificio per gli altri, l'altruismo, l'uomo che viveva nella paura della morte, che tutto faceva per sottrarsi alla morte, era anche capace di preferire la morte alla schiavitù. Iddio, libertà, giustizia: per questi morire, per gli altri. E anche quelli che non credevano in Dio e nell'ai di là si sacrificavano. Perché ti sacrifichi? Per la vita degli altri. Ma anche gli altri moriranno. Ma c'è la storia e il progresso: ma anche la storia finirà e in quel momento tutto questo sarà uguale? Non importa: si sacrificano. Questo era il carattere più singolare di questa specie oggi estinta.
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